La ragazza di Brooklyn: intervista a Lavinia Marchetti

Prima o poi, ognuno di noi, spinto da una buona dose di curiosità e intraprendenza, decide di mettersi in viaggio per studiare, per conoscere nuove culture o più semplicemente per trovare lavoro. La ex studentessa del Disucom Lavinia Marchetti ha seguito questo istinto irrefrenabile e ha deciso di mettersi alla prova nella città che da generazioni stimola la nostra fantasia con i suoi grattacieli e le sue infinite strade: New York.

Quanto hai vissuto a New York e come hai trovato questa opportunità?

L’opportunità l’ho trovata per caso; inizialmente avevo deciso di andare in Irlanda per fare la ragazza alla pari tramite un’agenzia, poi, grazie ad un’amica di mia madre, abbiamo preso i contatti con una famiglia di New York che aveva urgente bisogno di una au pair. In pratica, nel giro di 15 giorni mi sono ritrovata nella Grande Mela, dove ho vissuto per due mesi, da metà maggio a metà luglio.

In cosa consistevano i tuoi doveri come ragazza alla pari?

Dovevo occuparmi della bambina di nove anni di questa coppia di Brooklyn. Prevalentemente dovevo andare a prenderla a scuola a Manhattan, dopo essere uscita dal corso d’inglese che frequentavo lì vicino. Una volta tornate a casa mi occupavo di lei finché i genitori non rientravano. Non è stato molto impegnativo, le davano pochi compiti da svolgere a casa e, quando la scuola è finita, passava molto tempo nei vari summercamp.

Come si svolgeva la tua giornata tipo?

Durante la settimana andavo a scuola la mattina, dal lunedì al giovedì dalle 10 alle 13 e 30. Mangiavo qualcosa al volo e prendevo la metro da Lower Manhattan per raggiungere la bambina che dovevo riaccompagnare a casa. Quando rientravano i genitori io ero libera di uscire, ed in quelle occasioni ne approfittavo per esplorare la città. Durante il weekend mi davo alla pazza gioia: il sabato e la domenica ero esonerata dai miei compiti, così andavo in giro per Manhattan, visitando i musei, facendo shopping, ecc.. Il mio unico rimpianto è di non aver visitato abbastanza bene le altre zone, due mesi sono bastati a malapena per l’isola centrale. Il periodo che ho trascorso lì è stato reso ancora più piacevole grazie a un ragazzo italiano con cui ho stretto amicizia, che lavorava e seguiva uno stage di architettura, e durante i fine settimana mi faceva da Cicerone.

Quale è la cosa che più ti ha colpito di New York?

Sono talmente tante che non saprei che dire! Manhattan ti prende completamente, quasi non riesci a pensare ad altro quando ci sei dentro, in quei momenti è come se avessi una relazione vera e propria con la città. Vuole la tua attenzione completamente su di sé. Mi attirava qualunque cosa: dai taxi gialli ai grattacieli, dal fiume Hudson ai tombini da cui esce vapore. Ci sono tutte queste piccole caratteristiche che viste singolarmente possono sembrare delle sciocchezze, ma poste a New York non lo sono, anzi la rendono unica. Forse la cosa che mi ha più colpita è il caos di questa città, che è parte integrante della sua bellezza.

C’è stato qualche lato negativo della tua esperienza?

Si, non è stato assolutamente facile, soprattutto all’inizio, perché ti ritrovi sola. Tuttavia è sempre bello ed utile viaggiare da soli, fare esperienze all’estero è altamente formativo. Ti aiuta ad essere indipendente, ma allo stesso tempo è dura. New York è diversa da tante altre città, è una megalopoli, è dispersiva, è difficile conoscere gente, è tutto troppo grande e pieno. Nella scuola che frequentavo ho conosciuto persone provenienti da tutto il mondo, ognuna con una situazione differente, anche il luogo dove alloggiavano costituiva una differenza considerevole: c’era chi veniva dal New Jersey, chi dal Bronx o dal Queens. Ti devi ambientare, c’è addirittura chi dice che per farlo devi vivere almeno 6 anni a New York. Sono stata fortunata perché ho avuto modo di stringere amicizia con persone che mi hanno fatta sentire meno sola. Un altro rimpianto è che avrei dovuto trovare una situazione migliore per quanto riguarda l’apprendimento dell’inglese: nella famiglia con cui vivevo parlavano italiano. Da una parte è stato rassicurante, ma per quanto riguarda la conoscenza della lingua è stato un po’ uno svantaggio.

Se dovessi descrivere New York con una serie tv quale sceglieresti?

“Sex and the City” tutta la vita! Ho visto tutta la serie e i due film, che riguardo sempre volentieri. Mi ci sono appassionata per tantissimi motivi e m’impersono molto con la protagonista, Carrie. Ho vissuto New York attraverso gli occhi delle protagoniste, e quando ci sono andata è stato fantastico. Sono andata a vedere le location del film, in particolare la casa di Carrie al numero 64 di Perry Street nel quartiere Village e il Top of the Rock, uno dei grattacieli più alti della città. In quell’occasione, un paio di turiste misero la colonna sonora a tutto volume e sembrava quasi di essere dentro al film di “Sex and the City”.

La rappresentazione che i media fanno di New York corrisponde con la realtà?

Secondo me sì. Il mito americano è qualcosa che ha influenzato un po’ tutto il mondo e anche se Manhattan non è più la novità, anche se tante altre città hanno costruito i loro imponenti grattacieli diventando ricchissime, lei rimane sempre unica nel suo genere perché è stata la prima, perché era un sogno e, secondo me, lo è ancora.

Progetti per un prossimo futuro? Ritornerai?

Tornare è un obbligo, però non so quando. Non so se rifarò un’esperienza del genere, magari avrò altre opportunità. Sicuramente andrò di nuovo all’estero per qualche mese entro la fine del prossimo anno, però non so dove e come. Adesso voglio concentrarmi e studiare per prendere la certificazione di inglese ed acquisire così una migliore conoscenza della lingua.