Benedetta follia: recensione altalenante di una pellicola agrodolce

Gli anni Duemila, si sa, sono gli anni della nostalgia. Gli anni di T2 Trainspotting, Jumanji- Benvenuti nella giungla, dei meme su Enrico Papi e di Ma che ne sanno i duemila.

Carlo Verdone segue questa scia, ed esce in questi giorni nelle sale con una pellicola agrodolce, in equilibrio tra comicità e amarezza: “Benedetta follia”. Era dal 2016, con “L’abbiamo fatta grossa”, che aspettavamo un ritorno sulle scene del Carlo nazionale.

“Benedetta follia” è una storia di oggi, fatta di cellulari, social e voglia di rimettersi in gioco. L’elemento nostalgico fa da fil rouge a tutta la narrazione, e trova il suo apice già nella scena di apertura: estate 1992. Verdone cavalca una Honda 650 quattro cilindri. In testa una bandana. La camicia hawaiana completa l’outfit da rimorchio. Eh sì, perchè ci sta provando con la venticinquenne Lidia (Lucrezia Lante Della Rovere) che poi diventerà sua moglie. Il riferimento è chiaro: questo è Oscar Pettinari, il protagonista di “Troppo Forte” (1986). 25 anni dopo, Oscar ha ceduto il passo a Guglielmo, il titolare di un negozio che vende articoli di chiesa. Niente bandane o camicie hawaiane, solo papaline e ferraioli. L’anima ribelle ed entusiasta dei vent’anni sembra ormai sopita e ammuffita tra immagini liturgiche e crocefissi. Ma questo noioso, seppur rassicurante, equilibrio sarà rotto da un evento cruciale: dopo 25 anni di matrimonio, Lidia lascia Guglielmo per… una donna. Guglielmo cerca allora di raccogliere i pezzi della sua vita, con una complice un po’ strampalata e impicciona: Luna (Ilenia Pastorelli). La vis comica tocca i picchi più alti nelle scene degli appuntamenti al buio, trovati tramite l’applicazione Lovit. Tra peripezie, imbarazzi, gaffe, paure e malinconie, Guglielmo ricomincerà a vivere. Ma riuscirà anche a trovare l’amore?

Verdone si conferma anche stavolta un regista di mestiere, che sa raccontarci noi stessi e le nostre “benedette follie”. Tuttavia, seppur il film sia buono, non raggiunge, ma questo ce lo immaginavamo già, i vertici di pellicole storiche come “Viaggi di nozze”, o lo stesso “Troppo Forte” del quale presenta un cameo. È un film che porta a casa il risultato, ci fa ridere e commuovere, ma non rimane marchiato a fuoco. È una narrazione che risente del passare del tempo, che cerca di rincorrere l’attualità, e in alcuni casi forse riesce anche a starle dietro, ma sempre con il fiatone.

Nota di merito: il film fa ridere. E ci riesce senza scadere nel banale clichè della parolaccia facile.

Nota di demerito: va bene lo sponsor, va bene la pubblicità, però mettere in ogni scena un prodotto con l’etichetta bella in vista toglie, e tanto, al processo di immedesimazione e catarsi che dovrebbe essere principio ineludibile di ogni opera artistica.