Democrazia a rischio con il monopolio dei Big Data, allarme ai vertici

Sta facendo molto discutere la recente dichiarazione di Marc Benioff, da 17 anni a capo della grande azienda di cloud computing Salesforce, una delle big della Silicon Valley.

«Bisognerebbe regolamentare il fenomeno dei social come quello delle sigarette», ha affermato Benioff ai microfoni della Cnbc, «si tratta di prodotti che causano dipendenza e che sono potenzialmente dannosi, come il fumo». Dichiarazioni davvero potenti, estreme per molti, ma che si sposano con un sentimento comune dei vertici di vari Stati e che va espandendosi. Angela Merkel, dal World Economic Forum della innevata Davos, ha già ribadito che vi è la necessità di fare qualcosa in merito: «I big data sono la materia prima del ventunesimo secolo. Il confine tra chi ne avrà il possesso e chi ne sarà escluso segnerà le sorti della democrazia, della partecipazione e della prosperità economica. Se non ci muoveremo con la dovuta cautela rischieremo di vedere un ritorno dei luddisti».

Arginare lo strapotere delle grandi aziende del web, che ormai hanno valori da capogiro – la sola Apple possiede un valore di 892 miliardi di dollari – sembra però un obiettivo sempre più difficile da raggiungere per i leader mondiali. Il loro è, infatti, un legame a doppio filo, poiché hanno interesse nel veder continuare a crescere tali società per poter contare su un gettito fiscale sempre più voluminoso (Apple, per fare un esempio, deve 13 miliardi di dollari alle casse irlandesi). Anche per questo, pensare a divieti di utilizzo dei social o addirittura del web stesso sembra una possibilità effimera, figlia di uno spirito antidemocratico e da regime totalitarista. Cosa fare quindi? I giganti del settore, come Facebook, provano da soli a mettere delle pezze al problema (Zuckerberg ha da poco aggiornato l’algoritmo della sua piattaforma per dare un’apparente libertà di scelta ai suoi utenti e gli stessi vertici dell’azienda hanno ammesso che internet può essere dannoso per la democrazia), ma va da sé che si tratterà di soluzioni sempre “di parte”.

Quello che pare inevitabile è invece un vero scontro tra governi e social network, una battaglia per la Democrazia, dove a subirne i danni maggiori saranno la Cultura e le persone stesse. Senza un’adeguata preparazione si corre il pericolo di lasciar dilagare un “analfabetismo 2.0“, dove la popolazione non possiede gli strumenti e la conoscenza necessaria per utilizzare oculatamente gli strumenti che il Web e la tecnologia forniscono, non è in grado di riconoscere una palese fake news e non fa altro che lasciarsi trascinare nel gorgo della post-verità.