Santa Maria in Gradi e la Memoria: una mostra per non dimenticare

È stata inaugurata oggi, presso Santa Maria in Gradi, la mostra dal titolo Il fascismo e gli ebrei nella “guerra parallela” Africa italiana e Balcani (1939-1943), durante il seminario La persecuzione degli ebrei in Italia e nei territori occupati. Un’occasione di condivisione e confronto generazionale, che ha visto tra i partecipanti scuole, università laziali ed esponenti insigni della Comunità ebraica di Roma.

Tra i relatori, il Magnifico Rettore dell’Università della Tuscia Alessandro Ruggieri, i professori Andrea Procaccia (direttore del dipartimento Beni e attività culturali della Comunità Ebraica di Roma-Dibac), Gabriella Yael Franzone (Dibac), Alessandro Volterra (Università degli Studi di Roma Tre), Andrea Ungari (Università Carlo Guidi, LUISS), Elisa Guida (Università della Tuscia, Distu) e Tommaso Dell’Era (Università della Tuscia, Disucom).

La mostra, che rimarrà aperta da oggi (30 gennaio) al 9 febbraio, arriva a Viterbo grazie al lavoro di squadra di Distu e Disucom, ed espone, tra gli altri, «contenuti fotografici e documentali inediti, ritrovati nell’Archivio Centrale dello Stato che non erano ancora stati schedati» ha commentato Volterra.

L’iniziativa si colloca all’interno del più ampio progetto Remshoa- L’Italia e la deportazione degli ebrei nei territori occupati durante la Seconda guerra mondiale: 1939-1945. L’obiettivo è quello di mostrare un significativo spaccato di storia contemporanea, di ricostruire il dramma della deportazione e dello sterminio degli ebrei ponendo l’accento sulle aree e sugli avvenimenti meno noti al grande pubblico.

«Questa mostra serve non solo a ricordare gli eventi, ma ad interiorizzarli. La nostra identità è un intreccio di memoria e speranza» (Franzone). E dunque, un’occasione, più che per dare risposte, per porsi domande. Domande che, come ha sottolineato Procaccia, non dobbiamo porci riguardo a cosa di giusto o di sbagliato abbia fatto il Fascismo, ma intorno al perché esso si sia affermato, perché abbia registrato tra i suoi sostenitori anche intellettuali e personalità del calibro di Gandhi. Ma soprattutto dobbiamo chiederci dove pende il nostro ago della bilancia se poniamo sul piatto vantaggi da una parte e libertà dall’altra. Perché «Il Fascismo fu prima di tutto violenza delle idee. Una violenza che sembra lontana, ma non lo è. Mio padre fu vittima di un rapimento da parte dei soldati tedeschi, aveva solo 14 anni e per fortuna si salvò. I suoi compagni di gioco non possono dire lo stesso. E oggi, la violenza delle idee è sempre in agguato, appostata dietro gli schermi», ha concluso Ruggieri.

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