Nuovo Testo Unico Forestale: l’opinione di alcuni professori della Tuscia

L’Italia è piena di boschi. Si contano 21 leggi forestali regionali, mentre l’unica legge nazionale risale al 1923. E’ la cosiddetta legge Serpieri, scritta bene ma certamente (dopo quasi un secolo) è da aggiornare.

La Commissione Ambiente ha approvato una nuova legge nazionale che deve essere emanata dal governo sotto forma di decreto legislativo. È attualmente all’esame della Commissione Parlamentare per la Semplificazione il Decreto Legislativo relativo al Testo Unico Forestale approvato dal Consiglio dei Ministri il 1 dicembre 2017. Decreto che nasce dalla volontà di aggiornare la normativa nazionale in materia di foreste e filiere produttive.

Tuttavia ci sono delle ambiguità. Ad esempio, nel testo, non si distingue il bosco che si può mettere in produzione da quello che invece va meramente conservato quale presidio naturale. In tal modo, tutti i boschi diventano uguali.

All’interno dell’Università della Tuscia, alcuni professori si sono espressi in varia sede, come il professor Paolo Maddalena, vice presidente emerito della Corte Costituzionale, il professor Gianluca Piovesan, ordinario di selvicoltura e assestamento forestale dell’Università della Tuscia e il professor Bartolomeo Schirone, professore ordinario di selvicoltura dell’Università della Tuscia.

Il professore Gianluca Piovesan ha evidenziato la mancanza di questa distinzione fra boschi differenti. “Il bosco può essere descritto come un sistema forestale autonomo che non ha bisogno della mano dell’uomo per vivere e sopravvivere. Inoltre, non esiste alcuna relazione tra l’incendio e il fatto che il bosco non sia stato tagliato per produrre legna. Invece esiste una relazione contraria ovvero: nei luoghi dove i boschi strategici sono stati eliminati, i rischi di dissesti idrogeologici, causati anche da particolari condizioni meteo, sono enormemente aumentati”.

Il professor Bartolomeo Schirone ha evidenziato come questa nuova legge sia eclatante: “Già nell’articolo 2 si parla di garantire l’estensione della foresta, in cui si promuove la foresta. Però poi si scopre che tutte quelle aree abbandonate dove il bosco sta ritornando non sono ritenute boschive, ma terreni incolti. E cosa ancor peggiore sono le aree di rimboschimento artificiale, di riforestazione, anche queste non considerate boschive. Sono escluse dalla categoria ‘boschi’ e quando li escludi vuol dire che possono essere eliminati, che li puoi tagliare”. Aggiunge il professor Schirone che ciò comporrebbe a un danno enorme dato che le aree in causa rappresentano il 40% della superficie forestale attuale in Italia. “Se però si scrive che possono essere eliminati allora non sei a favore del rimboschimento. Quale logica esiste se si è a favore del rimboschimento e poi si vuole tagliare?”.